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PIT PEOPLE: RECENSIONE DEL NUOVO GIOCO DEGLI AUTORI DI CASTLE CRASHERS

Scritto da in data Marzo 23, 2018 0 200 Views

Per cogliere la filosofia ludica alla base delle produzioni The Behemoth, software house nata nel 2003 nei dintorni di San Diego, ci basta scorrere il suo breve curriculum, composto da piccole perle del panorama indipendente. Stiamo parlando di Alien Hominid, BattleBlock Theater, ma soprattutto Castle Crasher, vero e proprio gioiello della scorsa generazione. Tre giochi caratterizzati da un’estetica cartoonesca e dissacrante, fatti di mondi abitati da personaggi teneri quanto violenti e di una ricercata sperimentazione.

Dopo quasi un anno dall Early Access Pit People è finalmente giunto sugli scaffali digitali di Steam e Xbox, proponendosi come la prova della maturità per gli sviluppatori americani. Non solo si presenta sul mercato con una cifra piuttosto irrisoria (14.99 su Steam), ma può tranquillamente considerarsi il gioco più pazzo, longevo e complesso della banda.

Come spiegare la storia del mondo di Pit People?

Lo ammettiamo: è difficile, se non impossibile, raccontare le emozioni di ilarità, gioia e sconcerto che questa opera è in grado di suscitare. In Pit People sembrano esserci riferimenti all’universo narrativo di Pendleton Ward, il creatore di Adventure Time, e momenti di comicità nera (a volte politica) che assomiglia a quella di Parker e Stone, i padri di South Park.

L’incipit ci mette nei panni di un agricoltore dai baffi invidiabili, tale Horatio, abile spadaccino e genitore affettuoso che un giorno assiste alla comparsa di un orso viola gigante, il quale, come una meteora, si schianta contro il pianeta.

Il collasso provoca una sorta di isteria generale, una parodistica apocalisse accompagnata da una pioggia verde e velenosa: dal caos generato, ovviamente, spuntano bande di pazzoidi, e una di queste rapisce il figlio di Horatio.

Il nostro compito è quello di guidarlo nella pericolosa impresa di liberazione dell’amato ostaggio, ma fin da subito scopriremo di non essere soli (per fortuna!) lungo il cammino. Saremo infatti accompagnati da un manipolo di altri disperati, come Pipistrella, la principessa del Regno e figlia di un padre ucciso dagli stessi folli che hanno catturato il figlio di Horatio; Yosef, un ciclope lanciatore d’ascia; Gluten, un delizioso quanto tenero cupcake parlante; Sofia, indomita guerriera che si è autoeletta regina di Spagna e tanti tanti altri personaggi.

Pit People è un RPG strategico a turni che fa dell’art design e dell’assurdità della trama il suo punto forte, ormai lo avrete capito. Ma anche la struttura interna del gioco non scherza. Certo, non ha la profondità tecnica di un The Banner Saga o di un Fire Emblem, ma dalla sua ha il giusto equilibro di astuzia mentale e immediatezza. Le battaglie si svolgono su mappe composte da griglie con celle a forma esagonale, e il nostro compito è quello di schierare la formazione meglio equilibrata per poter sconfiggere gli avversari.

Ogni eroe appartiene ad una classe: di base ce ne sono tre, ossia i tank, i dps e gli healer, ma nello specifico non manca un’alta possibilità di combinazioni di sottoclassi. Ad esempio, il nostro dps può essere dotato di arco, o avere due armi da lancio, oppure delle bocche da fuoco, come un mortaio o un cannone. Ne deriva insomma una serie di modifiche per le statistiche e gli approcci allo scontro: avremo inoltre la possibilità di modificare l’equipaggiamento di ogni nostro personaggio, con una quantità tale di oggettistica da far impallidire i collezionisti. Potremo armare l’eroe di turno con una lisca di pesce gigante, un lecca-lecca, una katana, una spada elettrificata, un ombrello da pioggia, oppure mettergli in testa un cappello da pompiere o degli occhiali da sole, un turbante o l’elmo di un vichingo….

Ogni vittoria ci viene ricompensata con materiale e denaro da spendere al mercato nella città principale, per acquistare armamentari inediti, armature o nuovi gladiatori da inserire nella scuderia.

A tal proposito, The City, il nostro rifugio, rappresenta l’hub centrale della produzione. Avremo l’opportunità di visitare il mercato, oppure fare un salto al Colosseo (del quale parleremo più avanti), selezionare la soundtrack, modificare qualche opzione di gioco, l’assetto della nostra squadra e selezionare la missione primaria (o secondaria) da seguire.

Una volta fuori dalla città ci ritroveremo su di una carovana in stile vecchio west, con una musichetta country ad accompagnarci e un piccolo mondo da esplorare, eterogeneo a livello estetico e pieno zeppo di mob da affrontare. Il Pianeta è caratterizzato da verdi vallate e montagne, ma anche da terre realizzate con pezzi di hardware, torri a forma di banchi giganti di RAM, vecchi camping trasformati in discariche all’aria aperta, castelli incantati e chi più ne ha più ne metta.

Sta a noi decidere se giocare in modo molto lineare, cercando di compiere tutte le missioni dell’avventura principale o gustarci qualche scellerata peripezia opzionale.

A rendere le cose interessanti troviamo facoltà di poter ingaggiare i guerrieri avversari e inserirli definitivamente nel nostro piccolo esercito.

Per farlo dovremo catturarli con l’apposita rete, della quale è dotata la spagnola Sofia, ma che può essere equipaggiare anche sugli altri personaggi.

In pratica ci basterà scegliere la nostra preda, eliminare tutti i suoi compagni così da renderla l’ultimo nemico rimasto sul terreno di gioco, e quindi colpirla con la rete. La possibilità di acciuffare chiunque, anche dei boss, aumenta il ventaglio di strategie da attuare sul campo di battaglia, dove dovremo essere capaci di isolare e, in un certo senso, “difendere” i mostri che vogliamo diventino i nostri futuri alleati.

I ragazzi di The Behemoth neanche questa volta si sono poi lasciati scappare l’approccio al multiplayer, presente sia in forma di co-op che in modalità versus. In città la fossa (Pit, appunto) è una sorta di colosseo d’ispirazione bellamente romana nel quale affrontare baraonde di avversari, un’attività da svolgere in compagnia di un amico in carne e ossa. Il discorso vale anche per tutte le quest della storia: potremo del resto decidere se seguire la trama da soli o accanto ad un altro giocatore.

Dal punto di vista sonoro, infine, un gioco così schizzato e colorato non poteva non affidarsi alle composizioni di Patric Catani, producer noto nell’underground musicale, il quale, per Pit People, ha scritto delle tracce che fondono dance, elettronica, momenti hip hop, folk e swing. Vi avvertiamo che sarà dura togliersi dalla testa il tema principale della città, così come tanti altri brani che vi accompagneranno per le ore di gioco.

 

Insomma, Pit People è un capolavoro? Purtroppo no: ci sono dei difetti che non gli permettono, infatti, di entrare nell’olimpo. A volte gli scontri sono tediosi e ripetitivi, soprattutto se si parla di affrontare delle sessioni di gameplay piuttosto lunghe. In aggiunta, il sistema di equipaggiamento e personalizzazione non è così facile da digerire, almeno nelle battute iniziali, causa anche un menù poco intuitivo.

Quando il tedio si fa sentire spesso e volentieri si aggiunge una difficoltà un po’ infame. Sì, lo sappiamo, alcuni di voi cercano le sfide estreme e in Pit People il vostro masochismo sarà ricompensato anche dalla possibilità di settare la modalità permadeath: ogni eroe morto in battaglia, quindi, non potrà risorgere. E in questi casi, la follia che già permea il gioco raggiunge livelli esponenziali!

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